Ultima modifica: 21 dicembre 2019

Auguri del Rettore

Natale: silenzio e attesa

 

Con l’avvicinarsi del Natale, non dispiace rievocare il silenzio dell’attesa, il buio della notte, la povertà di una stalla, la gioia per il pianto di un bambino appena nato.

Ma è necessario il silenzio per ascoltare: l’empatia e l’ascolto attivo non sono teorie ma possibilità concrete di cogliere la ricchezza dell’incontro con l’altro. Se poi l’altro è un bambino, vuol dire farsi piccoli, abbassarsi, usare delicatezza e premura, sussurrare e accarezzare. Nessun gesto di forza, dunque, ma la via, paradossale, della debolezza, della lentezza, della gratuità.

Nell’Adeste, fideles, paternità e origine incerta, forse irlandese, sicuramente imparato a memoria da tanti, si percepisce, con mite nitidezza, un invito: affrettatevi, lasciate tutto, avvicinatevi e venite a contemplare il miracolo di un bambino, di una culla, di persone semplici, i pastori, chiamati dall’angelo per avere il posto in prima fila nel contemplare il prodigio: humiles ad cunas vocati pastores adproperant.

Questo invito a essere humiles, piccoli, lontani dal clamore, da ciò che, effimero e ingannevole, passa e non lascia nulla, sembra stridere con ciò che ci circonda, che agita il cuore dei più, e di cui anche le cronache odierne forniscono ripetuto, ma passeggero, esempio.

Tuttavia per chi studia è un richiamo importante.

Il Natale, va ricordato, non è un periodo o una ricorrenza, ma uno stato della mente e una tensione del cuore. Diceva Madre Teresa di Calcutta che… é Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l’altro, ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza.

L’antropologia cristiana raggiunge il culmine nella disponibilità all’ascolto e al perdono che è anche capacità di trovare la forza, e forse anche il coraggio, di ascoltare e perdonare.

Il bambino, appena nato, non ha nulla, non sa, ma tende le mani; offre ciò di cui non sappiamo di avere intimamente bisogno: la presenza gratuita e l’essere per l’altro, l’essere con l’altro.

A casa e a scuola.

Accettare di non essere i primi e di mettersi, a un certo punto, da parte, è sempre difficile, tuttavia non impossibile: a partire dalle vicende umane alle quali attribuire il giusto valore, perseguendo un progressivo distacco per prepararsi a un personalissimo epilogo di cui, sebbene consapevoli, duole spesso la sorpresa.

Il Natale, allora, deve essere capacità di guardare nella grotta del proprio intimo per riscoprire il senso dell’attesa, dell’affetto, dell’attenzione, non sempre percepibile nel quotidiano; per testimoniare, in questo mondo globalizzato, mutevole e multiforme, umiltà, perdono e gioia anche per la miseria, per la solitudine, per il tradimento.

Difficile non ricordare, a questo proposito, T.S. Eliot, East Coker in Four Quartets :

I said to my soul, be still and wait without hope, for hope would be hope for the wrong thing; wait without love, for love would be love of the wrong thing; there is yet faith, but the faith and the love are all in the waiting. Wait without thought, for you are not ready for thought: So the darkness shall be the light, and the stillness the dancing

in cui è fatto proprio, in pochi versi, un messaggio di Luce che, a distanza di secoli, ancora perseguita con implacabile amore.

Ed è questo il mio augurio

Il rettore