Ultima modifica: 22 dicembre 2020

Natale, è passato un anno – Gli auguri del Rettore

Non so se la speranza possa vincere davvero sulla tristezza; se l’incanto, la meraviglia, lo stupore nel ricordo di una notte vecchia più di 2000 anni, riescano ancora a coinvolgere millenial cresciuti con immagini che dilagano traboccando con dovizia alluvionale dai dispositivi, fecondando forse sottili strisce di terra, come si diceva del Nilo  ma che, come la maggior parte delle alluvioni, devasta, cancella tutto quanto sommerge.

Non so se siano veramente troppe le poesie sul Natale, se anch’esse contribuiscono a trasformare l’Incarnazione in un’orgia di affannoso consumo.

E’ da anni diffusa la convinzione che l’era della comunicazione e della globalizzazione porti i giovani a essere sempre più uguali, ad avere gli stessi gusti, a usare modelli di comunicazione diretti, immediati e non impegnativi. Di qui un senso di smarrimento e di solitudine, la mancanza di ambizioni o sogni. Ma non è l’abbandono e la rabbia degli anni ’50 che faceva scrivere a John Osborne people of our generation aren’t able to die for good causes any longer…. There aren’t any good, brave causes left: il target è ormai benessere, ricchezza, cose futili percepite indispensabili, alimentato dall’accettazione di un paradigma virtuale, comodo e accogliente, che nasconde una realtà fatta di ansie e paure  che, purtroppo,  non  esonera  dall’esperienza traumatica del fallimento.

La stessa resilienza confligge con l’idea superomistica che si sia invincibili, come l’eroe di un videogioco che, ucciso, si rialza, per ricominciare, appunto, il gioco. Ma la vita, è necessario chiedersi, è sempre un gioco?

Eppure conosciamo persone che si accontentano di poco perché hanno fatto l’abitudine a non avere mai nulla, una dimensione di vita ingenua e pulita, che litigano per un attimo di debolezza ma che sono poi pronti a chiedere scusa; che si aiutano nei momenti di difficoltà e che non se le danno di santa ragione perché semplicemente annoiati, ma che le mani le usano per aiutare chi è in terra a rialzarsi.

Non si tratta di uno spazio mitico, senza contrasti né passioni, ma è solo perché in queste persone resiste un senso della vita che non ignora il sacrificio, l’onestà, il pudore e la tolleranza, l’ascolto degli altri.

L’ironia aiuta, almeno a non prendersi troppo sul serio: serve anche questo per mettersi un momento da parte. Può aiutare sicuramente rendersi conto del precario e del provvisorio che accompagna, da sempre, l’essere umano, creatura assai bizzarra, scriveva Amos Oz, che ride quando c’è da piangere, piange quando gli converrebbe ridere; vive senza cervello e muore senza voglia.

Si legge, poi, degli effetti devastanti delle restrizioni sui nostri ragazzi privati della libertà di movimento e azione, della possibilità di un rapporto armonioso tra corpo e psiche, di una vita vissuta solo in parte.

Tornano in mente le lamentazioni e le paure che T.S.Eliot  espresse nel coro di Murder in the Cathedral:  Yet we have gone on living, Living and partly living.

Eppure vorrei si andasse avanti insieme, living, come affermava Steve Jobs, senza che il rumore delle opinioni degli altri soffochi la vostra voce interiore, avendo il coraggio di   seguire il  vostro  cuore e la vostra intuizione: in che altro modo intendere l’esortazione stay hungry, stay foolish?

Quella voce interiore da riconoscere nel silenzio è parte integrante dell’umana esperienza: un silenzio ontologico, che incrina la barriera fra essere e non essere, il silenzio di Dio, spazio della tragedia e della libertà, origine dell’avventura e dell’angoscia, il silenzio della ragione, che non è il suo sonno, ma riposo all’ombra della soglia.

Il silenzio del pensiero, oasi di pace nel deserto della dialettica continua, spazio infinito che il pensiero evoca e in cui s’annega.

E poi, ancora, i silenzi dei nostri alunni: timidezza, reticenza, pudore, vergogna, segreto, pietà; tutti parte della vicenda esistenziale di questo Convitto ma anche umana. La storia degli uomini, infatti, a veder bene, non è tanto fatta di racconti; piuttosto è un montaggio di ricordi senza parole che si affastellano, via via sempre meno nitidi, fino a sprofondare con loro.

Finalmente, è passato un anno: svelata la prolessi.

Risuona, nel suo sonoro splendore, il silenzio dei pastori nella notte che, pur non consci della sinestesi di cui sopra, si fanno guidare da una stella verso un fascio di Luce: un provvido approdo che, silenziosamente, conduce al Bambino che unisce, squassando il cuore mai domo, vigile nell’ascolto, metafora assoluta dell’abitacolo, metonimia dell’umana persona che si rigenera.

Ed è in questa unione il mio, silenzioso, augurio.

Il rettore