Ultima modifica: 6 aprile 2020

Pasqua: una mano sulla spalla

L’idea della mascherina richiama la quarantena che riconduce prepotentemente alla rinascita che la Pasqua sottende in un aprile, mai come adesso, the cruellest month in una terra, nel nostro vissuto, mai così tanto desolata.

Fa effetto vedere il pontefice avanzare sotto la pioggia incessante, da solo e senza ombrello, in una piazza San Pietro deserta. Le sue parole, nel silenzio, raccontano di fitte tenebre… addensate sulle nostre piazze, strade e città… di un vuoto desolante.

Così come colpisce, in questo periodo, ritrovarsi in Convitto da solo, con due o tre persone in tutto, tra corridoi lunghi e vuoti, contesi da silenzio, inquietudine e malinconia: impossibile non pensare ai miei alunni. Sono anche per loro giorni di prudente e imposta solitudine: mi piace immaginarli concentrati su se stessi, a non curiosare verso fuori ma a guardarsi un po’ dentro, perché un silenzio forzato può avere un senso.

Il silenzio non si può dire, ma parlarne si può. E’ il rovescio oscuro del suono, della parola, del rumore: una tenebra di solitudine opposta alla compagnia luminosa dell’eloquio, della musica, del brusio.

In un’epoca in cui la parola a tutti i costi sembra rappresentare il trionfante, condiviso strumento per dare sfogo a irrisolte aggressività individuali e collettive, il silenzio simboleggia il diverso assumendo connotazioni sospette, quasi tendesse agguati totalitari e mortali alla vivacità democratica del suono.

Nel silenzio, nella solitudine si troverà anche il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, riuscendo forse a squassare, tra timori e incertezze, anche l’inganno o quantomeno il velo di stereotipi con cui si tende mascherare i propri dubbi.

Ma, nelle fitte tenebre evocate dal papa, conforta il cireneo del Jesus and the Son of Man di Gibran, costretto a portare la croce di un Cristo stremato: … Gesù mi guardò… ancora mi guardò… pose la mano sulla mia spalla libera. E procedemmo insieme verso la Collina del Cranio. Ma io non sentivo più il peso della croce. Sentivo solo la sua mano. Come ala di uccello sulla mia spalla…

E sono anche le mani dei medici ospedalieri, infermieri, volontari in trincea nella lotta al virus di oggi; tra loro, la mamma medico di una nostra alunna che, con grande dignità, mi ha partecipato il suo intimo disorientamento nel ricambiare, per la prima volta nella sua vita, l’abbraccio delle figlie tornando a casa dal lavoro.

Un legittimo momento di debolezza ma, forse, anche di forza e di amore gratuito che guarda al bene del prossimo; di chi riesce, per amore, a mettere da parte se stesso e ciò a cui tiene di più; che ci scuote e che facciamo proprio, in un mare di speranza che è vita e, per questo, Resurrezione.

A lei il pensiero riconoscente del Convitto intero; a tutti i miei auguri.

Il rettore