Ultima modifica: 14 aprile 2022

Per una Pasqua di abbandono

E’ questo un momento, inequivocabilmente religioso, fondamentale nel calendario cristiano: dopo il mercoledì delle ceneri e una Quaresima mai come oggi così parca di speranza, questo periodo di preparazione implica il silenzio della riflessione e della meditazione richieste dalla sacralità dell’evento, culminante in un estremo sacrificio. Fin troppo ovvio richiamare la consapevolezza della caducità della vita umana (Memento homo quia pulvis es…) e l’insistente problema del rapporto tra materia e spirito, tra le gabbie della prima e la libertà del secondo.

E’ impossibile non esprimere, ciascuno nel suo modo, il bisogno di una trascendenza da sé, e in particolar modo la difficoltà implicata in questo tentativo: trascendenza intesa come sforzo per oltrepassare l’esperienza e la percezione puramente personali per adottare più pienamente una visione condivisa e collettiva, secondo l’assunto che più comprensibile e unificata è la nostra esperienza e più vicini siamo alla verità assoluta: è proprio l’impossibilità di raggiungere l’autosufficienza che costringe l’individuo a incorporare l’esperienza altrui, così da cercare di conquistare una verità più condivisa e più universale. Non a caso, nel componimento che è l’esistenza di ciascuno, le diverse persone incontrate, le loro storie e le diverse prospettive si accentrano, alternandosi, soffocandosi a volte, nel turbinio di emozioni e dubbi.
E’ sempre più complesso, di fronte alla sterilità, alle inutili distruzioni e alla nullità che vediamo intorno, anche e di più nella follia umana dell’attuale conflitto, trovare la soluzione ai problemi esistenziali della nostra epoca tramite il rifugio nella fede: mai come adesso è vivida la percezione di crisi della realtà. La differenza è da rintracciare nel bisogno intenso di una dimensione altra che riesca a oltrepassare i limiti dell’esperienza materiale. Ci sono dei barlumi di luce che, se non danno una speranza certa, fanno almeno presagire una dimensione dell’aldilà come spazio più nobile.
La caducità del mondo e la sterilità della terra desolata e devastata diventano quindi solo una parte del viaggio verso l’Assoluto. Ma il fondamento che questa celebrazione ci ricorda non è tanto l’incontro effettivo con il divino: è piuttosto l’aspirazione di muoversi dalla sterilità spirituale verso la speranza della salvezza umana, in un tentativo di eliminare la tensione tra materia e spirito.
L’esistenza ci carica continuamente di ambiguità e incertezza: forse pensando all’ultimo momento, il più tragico, di fronte al quale, sebbene razionalmente atteso, non si è mai pronti, la percezione e l’esperienza della necessità una verità trascendentale, nella visione di un’esistenza in un attimo, riuscirà a non sfuggire.
Di qui l’ironia verso chi non riesce a rendersi conto, il tono riflessivo verso un referente spesso assente che non esclude l’autoreferenzialità tipica dei più: i troppi, diversi dialoghi di tanti vengono assorbiti allora da una sola voce, che sembra farsi carico di un destino collettivo; il tono non è più quello franto e conflittuale al quale, anche dai media, siamo abituati; al contrario, si distende: assomiglia più a quello cadenzato della liturgia o dei salmi, o a quello fluido dei nessi associativi.
Per poi chiudersi, inesorabilmente, nella contraddizione, tipica dell’umana vicenda: la totale trascendenza a cui aspira l’uomo, espressa in una serie di immagini inafferrabili, si scontra con la consapevolezza che nessun uomo è mai riuscito a fuggire alla storia, alla materia; di qui il dolore dell’uomo che, legato al tempo, aspira comunque all’infinito.
Inutile, allora, ricercare ossessivamente pensieri che possano lenire questo dolore: è questo il senso che la Pasqua può insegnarci: la necessità dell’abbandono per affermare un Significato che, nonostante tutto, è sempre difficile ritrovare.

Il rettore